malo Literary
Indossare la libertà
Contenuti editoriali di Ellis Glickman
Era in piedi sulla pittoresca terrazza della locanda, affacciata sul Duomo. La città era blu nel crepuscolo, invitante e calda come un letto appena rifatto. Era stagione turistica, la folla sotto di lei era rumorosa eppure languida, e, scintillando tra le luci delle trattorie, poteva sentire le note pizzicate di musicisti di strada che seguivano brani che conosceva a memoria e a occhi bendati, con dilettantesca sincerità.
Sospirò. L’aria, profumata di mille bouganvillee in fiore, sapeva vagamente di acqua di rose.
Era sempre stata disposta a rinunciare alle sue radici.
Alla sua libertà.
Alla sua privacy.
Si era allenata così a lungo, ben da prima di saper leggere, che questi aspetti fondamentali della persona non le erano mai sembrati davvero suoi.
Ma solo negli ultimi mesi, da quando era stata nominata primo violino, il suo corpo aveva cominciato a sentire il peso di tutto ciò che portava. E sapeva, dalle ore extra che trascorreva da sola nelle sale prova del conservatorio, che anche la sua musica ne pagava il prezzo. Il successo, pensò, guardando oltre l’Arno, arrivava come un abito di lusso. Un dono, sì. Ma incompleto, indossabile solo se adornato con altri sacrifici scintillanti.
Solo nell’ultimo anno, c’era stata Aspen per la fiera della musica. Da abbinare a rossetto nudo lucido e sorridenti interviste.
Salisburgo per la stagione dei festival. Da abbinare a colletti bianchi inamidati e dita
instancabili.
Londra per la Wigmore Hall. Da abbinare ad abiti da sera con paillettes, stiletti con suola di cuoio, e gli occhi di mille intenditori in attesa che le sue mani vacillassero.
Era venuta in Italia per il Ravello Festival, sulla Costiera Amalfitana.
Invece, inspiegabilmente, aveva preso il treno verso nord.

La prima notte a Firenze non uscì mai dalla camera d’albergo. Rimase nuda sul piumone, ordinando il servizio in camera e sentendo l’aria calda del ventilatore a soffitto avvolgere la sua pelle stanca. Godendosi il semplice piacere di non dover essere da nessuna parte, di non dover essere nessuno, di non dover indossare niente. Dormì fino a tardi. Si svegliò tardi. E la mattina dopo, pranzò tardi, uscendo dall’albergo alle due per un piatto di pici al pesto.
Curandosi solo del comfort, indossava gli stessi vestiti che aveva sul treno: un pesante completo di cotone, abbastanza spesso da nascondere ogni centimetro di lei. Il che, suppose, era una forma di sacrificio a sua volta. Per due ore camminò lungo l’Arno, sentendo solo il caldo.
Quando tornò alla locanda quel pomeriggio, si fermò in una piccola fabbrica di cashmere e si comprò un maglione abbastanza sottile da lasciar passare il sole toscano.
Per le tre settimane successive, non indossò nient’altro.
La trama era più morbida di qualsiasi vita avesse mai immaginato per sé.
Rivelatrice come la musica.
Certa come un concerto.
Ne comprò un altro. E un altro ancora. Chiedendosi con ogni nuova aggiunta alla valigia, a cosa serve una vita dedicata alla bellezza se non la si vive dentro?
Forse, pensò, anche il filo può portare una melodia, proprio come una corda.
Trascorse quelle ultime settimane di agosto passando le mani sul proprio corpo di cashmere finché, per la prima volta in quindici anni, i suoi calli si ammorbidirono. Suonando quell’ultima sera nella sua camera d’albergo, Vivaldi le fece male più di quanto non le avesse fatto dall’infanzia. Ma mai prima l’aveva sentito con tanta intensità. Suonò senza fermarsi, meravigliandosi del proprio suono come se si fosse appena svegliata, amnesica, nel proprio corpo, e avesse deciso, almeno nella mente, di aver trovato un posto da chiamare casa. Un dono che, come un vecchio maglione di famiglia consumato, non richiedeva assolutamente nulla in cambio.
Arrivò al Ravello Festival.
Lì, seduta tra il pubblico anonimo invece che sul palco, ad ascoltare la sua orchestra accordare gli strumenti senza di lei, indossava il suo maglione Malo.
Il cashmere era così sottile che, quando suonarono, poté vedere la pelle d’oca diffondersi sui suoi avambracci.

