malo Literary

Il fiume in Ottobre

Contenuti editoriali di Ghalib Shiraz Dhalla

Venerdì mattina presto, la borsa da weekend era aperta sulla panca ai piedi del suo letto, a Londra, e per una volta stava facendo i bagagli per qualcosa che non aveva nulla a che fare con il lavoro. Aveva passato la settimana a soppesare aziende, valute e rischi; il fine settimana richiedeva decisamente meno riflessione. Denim sbiadito, due camicie, mocassini e una sciarpa. Un maglione Malo verde finì nella borsa quasi senza pensarci, il suo colore più vivace di qualsiasi altra cosa contenesse.

Dai tempi di Harvard aveva attraversato l’Atlantico più volte di quante riuscisse a contarne: prima come il giovane trasferitosi a Londra con due abiti e più sicurezza che denaro, poi come l’investitore il cui lavoro gli aveva procurato clienti in diverse città e la singolare geografia del successo. 
Boston, però, restava diversa. Ogni volta che poteva, ci tornava in ottobre per la Head of the Charles, quando gli equipaggi arrivavano da tutto il mondo e il fiume diventava, 
per un magnifico fine settimana, il centro del canottaggio.

Ad Harvard aveva remato, con una serietà tale che per quattro anni le sue giornate si erano misurate in allenamenti all’alba, secondi strappati a fatica e nelle condizioni delle sue mani. Londra non lo aveva guarito. Usciva ancora sul Tamigi quando il lavoro glielo permetteva, di solito il sabato mattina presto, 
prima che la città avesse deciso del tutto che genere di giornata intendesse diventare.

Il suo volo atterrò a Boston abbastanza presto da permettergli di andare direttamente alla piccola locanda di Cambridge dove lo aspettava una camera. Invece, diede all’autista l’indirizzo della rimessa delle barche.

Il fiume era già animato. I carrelli fiancheggiavano le strade, i remi erano raccolti in fasci contro le recinzioni e le barche da regata riposavano sui cavalletti o passavano sopra le teste, sulle spalle degli equipaggi diretti verso l’acqua. Foglie cremisi si erano accumulate lungo i marciapiedi. 
L’aria aveva quella particolare frizzantezza del New England che ricordava bene, 
abbastanza fredda da risvegliare la pelle senza però richiedere i guanti.

Portò la borsa nella rimessa e camminò tra le barche.

Fra queste, un otto Filippi lo fece fermare. Conosceva bene quelle barche: costruite in Toscana e portate in gara ai massimi livelli di questo sport, con i lunghi scafi in carbonio progettati secondo un’insistenza tutta italiana sul fatto che la prestazione non debba andare a scapito della grazia. Anche a terra, questa sembrava impaziente di muoversi. Ne seguì la linea con l’apprezzamento di chi sapeva che, in una barca da regata, la bellezza non era mai decorazione. Era la conseguenza visibile della precisione. Riconobbe quell’istinto. 
Nel carbonio come nel cashmere, la migliore manifattura italiana sembrava nascere dalla stessa convinzione: perfeziona la funzione, e la bellezza seguirà.

«Sai ancora cosa stai guardando.»

Si voltò e vide venirgli incontro uno dei suoi ex compagni di squadra di Harvard, riconoscibile all’istante come spesso lo sono i vecchi compagni: non solo dal viso, ma dall’andatura. L’abbraccio fu breve e forte.

Avevano intenzione di parlare cinque minuti. Invece scoprì che un otto di ex alunni stava per fare l’ultima uscita di allenamento, che uno dei vogatori era bloccato da qualche parte tra Chicago e Boston e che i moduli da riserva che l’amico lo aveva convinto a compilare settimane prima, 
all’improvviso, non erano più un’ipotesi teorica.

L’amico sorrise. «Remi ancora, vero?»
Lui guardò verso il fiume. «Ogni settimana.»

Bastò. L’amico mise la borsa sotto chiave mentre qualcuno gli trovava degli abiti da allenamento. Dieci minuti dopo portava una barca verso il Charles insieme a sette uomini, alcuni dei quali non vedeva da quando avevano vent’anni. Il peso gli si posò sulla spalla con una tale familiarità che scoppiò a ridere.

Le prime palate furono scomposte. Poi accadde qualcosa che gli era sempre sembrato vicino alla magia. Otto corpi distinti cominciarono ad abbandonare le loro differenze. 
Le pale entravano insieme; la barca si sollevava e scorreva tra una palata e l’altra;
 la conversazione svanì, perché non restava più nulla di utile da dire.

Londra, il volo, la camera che ancora lo aspettava alla locanda, perfino gli anni trascorsi dall’ultima volta che aveva gareggiato su quel fiume, si dissolsero nella semplice aritmetica di gambe, polmoni e acqua. 
Sui mercati si guadagnava da vivere anticipando ciò che sarebbe potuto accadere dopo. In barca, tutto si restringeva alla palata che stava facendo. Gli era mancata quella differenza.

Quando rientrarono, il pomeriggio si era fatto più fresco e il fiume si era scurito sotto i ponti.
Indossò il Malo verde sulla pelle ancora calda per lo sforzo, e il cashmere smorzò la brezza del fiume mentre il battito rallentava. Il suo colore spiccava vivido contro la luce grigia di ottobre, un morbido lusso dopo la dura essenzialità della barca. Il vecchio compagno di squadra stava già proponendo una cena. 
Qualcun altro aveva trovato una bottiglia di vino. Il fine settimana, a quanto pareva, era cominciato prima ancora che lui facesse il check-in.

La sua camera alla locanda era piccola e calda, con vista su mattoni ed edera e appena lo spazio sufficiente per aprire la borsa accanto al letto. Fece la doccia, si cambiò e uscì di nuovo con addosso lo stesso Malo che si era infilato alla rimessa.

La cena si protrasse fino a tardi. Arrivavano ex compagni di squadra con mogli, mariti, amici e figli; giovani vogatori andavano e venivano con le giacche della squadra, mangiando come se i pasti fossero un’altra prova di resistenza. Discussero di vecchie regate senza mettersi d’accordo su quale memoria fosse affidabile, e parlarono di barche nuove, allenatori nuovi, Londra, lavoro, matrimoni, prezzi delle case e se a Cambridge esistesse davvero un ristorante buono quanto tutti lo ricordavano.

La mattina seguente, il Charles apparteneva a tutti.

La folla si infittiva lungo le sponde, sotto aceri diventati rossi e oro. Dai ponti risuonavano i campanacci; gli allenatori urlavano; i bambini sedevano sulle spalle dei grandi. Le barche da regata comparivano dalle anse e sparivano altrettanto in fretta, equipaggi da tutto il mondo ridotti per pochi secondi allo stesso ritmo incalzante delle pale che entrano in acqua.

Stava vicino alla rimessa con il Malo verde, un caffè a scaldargli una mano, e guardava una barca Filippi risalire la corrente a tutta velocità. Ciò che a terra appariva quasi fragile, sul fiume era diventato qualcosa di completamente diverso: vivo, esatto, costruito per trasformare lo sforzo in movimento.

La domenica pomeriggio, la borsa era decisamente meno ordinata di quando aveva lasciato Londra. Una maglia da allenamento umida era stata chiusa in un sacchetto per la biancheria, il giornale era rimasto da leggere e il Malo era stato indossato più spesso di qualsiasi altra cosa avesse portato, perfettamente a suo agio lungo il fiume, a cena e nel freddo grigio di ottobre.

Prima di lasciare Cambridge, passò un’ultima volta dalla rimessa. Il suo ex compagno di squadra era lì, e parlava già di iscrivere un equipaggio di ex alunni l’anno successivo.

Questa volta non ci fu bisogno di convincerlo.

Sul volo di ritorno verso Londra, aprì il calendario e segnò quel fine settimana prima che qualcos’altro potesse reclamarlo. Aveva costruito una carriera misurando il valore, ma il fiume gli aveva ricordato un calcolo più antico: certe cose dimostrano il proprio valore non da quanto le si custodisce con cura, ma da quanto restano pienamente vive nella nostra vita.